Anguria o cocomero, la dolcezza non cambia

 

L’anguria o il cocomero. A seconda della zona d’Italia in cui si abita. Il Citrullus Lanatus per gli amanti della buona letteratura. Ma qui siamo di fronte a qualcosa che di buono ha soprattutto il sapore, derivante non dallo zucchero in eccesso, ma da composti aromatici. Qualcosa che rinfresca e che fa bene praticamente a tutti, essendo composto per il 95 per cento da acqua. Che sfama. D’estate è difficile farne a meno, in qualsiasi posto vi troviate.

A Genova lo chiamano pateca, in Calabria zi’pàarrucu, perché somiglierebbe alla faccia rubiconda dei preti di una volta. A Napoli è il mellone r’acqua, in Sicilia il mulune r’acqua. Riprendendo il modo di dire inglese, watermelon, e tedesco, wassermelone. Una cassaforte d’acqua, la felice definizione di Pablo Neruda, che sosteneva come bisognasse infilarci dentro anche la faccia (attenzione, lo sostiene pure il bonton. Niente posate). Un detto popolare sostiene la teoria: “Con l’anguria si mangia, si beve e ci si lava la faccia”.

Di personaggi famosi devoti del cocomero ce ne sono davvero tanti. Anche lo scrittore Stefano Benni, il poeta Marino Moretti. Il primo ci vede un frutto bandiera proletaria per via del suo colore rosso fiammeggiante, il secondo ci vedeva un frutto patriottico, bianco, rosso e verde. L’importante è ricordarsi di togliere i semini prima di addentare il grande, grosso e succoso frutto (fanno venire mal di pancia). Togliere, non sputare: mi raccomando.

Altra curiosità sul cocomero: l’albedo, ovvero la buccia bianca, si può mangiare e fa bene. Non fa venire il tifo, anzi. Ha lo stesso effetto del viagra. Grazie alla citrullina, amminoacido contenuto proprio nell’albedo.

Dicevamo di storia e aneddoti. C’è chi parla dell’Egitto, tremila anni fa. I geroglifici raccontano che i faraoni venissero sepolti insieme al’anguria. In Europa, c’è chi dice che fosse arrivato già ai tempi degli antichi romani, chi sposta al Medioevo la sua comparsa a queste latitudini. Tra il ‘500 e il ‘600 ne parlava Giacomo Castelvetro, letterato umanista. Più avanti, per capire se era maturo o meno, veniva esaminato dallo stacchino. O all’anguriaro, che è esistito fino a non molti decenni fa. Così come le anguriare, baracche costruite ai lati delle strade.

Si racconta che Maometto II fosse così ghiotto di cocomero da prendersela con un servo che glielo aveva rubato. Al punto da ordinare di tagliare la pancia a tutti finché non fosse stato trovato il colpevole, che fu per la cronaca il quattordicesimo. Da noi, ci ‘accontentiamo’ di Dino Coltro, cantore veneto. Quando il caldo si faceva sentire nei campi, era abitudine fermarsi e mangiare pane e anguria. Questa era pure la merenda dei falciatori di fieno del Polesine. Carlo Cracco, da bambino, fu vittima di uno scherzo. All’ora della merenda, arrivò quest’anguria, frutto di cui era molto ghiotto. Lui corse verso quella visione, stranamente da solo. C’era un motivo: l’anguria era stata salata dalla compagnia burlona. Di questa esperienza, Cracco ne ha fatto più avanti una ricetta: l’insalata di anguria. O di cocomero, come preferite.