La pizza è bipartisan e universale

 

C’è una cosa, estremamente italiana, che non preferisce né la destra né la sinistra. Sta bene solo in un posto e non è Palazzo Chigi o Montecitorio: in un piatto. Possibilmente di una pizzeria. Ma qualcuno se la fa direttamente a casa, pubblicando poi le foto sui social. È Matteo Salvini, leader della Lega. Stiamo parlando della pizza, sì, che non ha colore, se non il rosso del pomodoro. Ma forse, per il numero del Carroccio qualche analogia con il tentativo di fare il Governo c’è. Gli ingredienti sono quelli giusti (pomodoro, mozzarella e origano), la forma per niente. “Abominevole” per chi l’ha vista su Facebook.

L’altro personaggio sempre sulle prime pagine dei giornali in questi mesi è Luigi Di Maio, M5S. Ama la pizza alla napoletana, ossia con i bordi alti e tonda. In campagna elettorale si è fatto fotografare mentre ne distribuiva decine in diverse pizzerie del nostro Paese. Di Maio si scagliò contro la pubblicità di McDonald’s che mostrava un bambino, in una pizzeria, chiedere un happy meal. In quanto a curve e rotondità, però, nessuno supera Silvio Berlusconi, capo indiscusso di Forza Italia. Stiamo parlando sempre di pizze, naturalmente. A quanto pare, la sua compagna Francesca Pascale la sa fare bene. Quando è in giro, il Cavaliere mangia pure quella al taglio. Non gli piace solo una pizza, quella che in Finlandia porta il suo nome. È stata realizzata come risposta alla stoccata di Silvio sulla cucina finlandese. È fatta con cipolla rossa, funghi e fette di renna affumicate. Pietà!

Pure Matteo Renzi ha una pizza che porta il suo nome. Bianca con stracchino, rucola e salmone affumicato. Il debole, però, l’ex leader del Pd ce l’ha per la pizza con la mozzarella di bufala. E mangia volentieri la margherita e la prosciutto e wurstel. Maria Elena Boschi, invece, ha scoperto a una festa dell’Unità di Pesaro quella margherita, uova sode e tanta maionese. Chiamata alla Rossini. Luca Zaia, governatore della Regione Veneto, ha impastato personalmente e infornato pizze margherite con Stefano Miozzo, pizzaiolo veronese campione del mondo di pizza classica.

Umberto Bossi, in pizzeria, costruiva e disfaceva alleanze. Antonio Bassolino piega la pizza in due e la mangia a libretto. Pure in Vaticano sono ghiotti di pizza; Papa Francesco ne ha benedetta una olio e San Marzano, di Gino Sorbillo, durante la visita a Napoli. Insomma, non c’è nessuno che dica ‘No, grazie’ a una pizza. Che è tipo la ‘livella’ di Totò.

Raccoglie più consensi la Margherita, chiamata così in onore della regina nel 1889. Preparata da Raffaele Esposito ai Quartieri Spagnoli durante una visita della nobildonna. Pomodoro, mozzarella a basilico, il colore della bandiera. Tra le tre preparatele, la regina Margherita disse che preferiva proprio questa. Più fatica ha fatto la napoletana ad affermarsi in tutto il Paese, con il Nord che ha storto il naso per diverso tempo per quella pizza schiacciata tonda, con i bordi carbonizzati e la pasta imbrattata di pomodoro. Carlo Collodi la definì ‘sudiciume’. A difesa della pizza partenopea si schierò Matilde Serao, giornalista e scrittrice di Napoli. Convinta che, tolta dal suo ambiente, quella specialità fosse destinata a morire: “La pizza tolta al suo ambiente è una stonatura, una indigestione”.

Niente paura, però, perché la pizza contribuirà a fare gli italiani. Unendoli. La parola pizzeria, però, comparirà nel vocabolario solo nel 1918 (quindi stiamo festeggiando il primo secolo). Trent’anni dopo era piatto nazionale. Cinquanta anni dopo non c’era italiano, di destra, di sinistra e di centro, che non la amasse. Tanto che oggi la pizza napoletana è patrimonio immateriale dell’umanità per l’Unesco. Vittorio Sgarbi chiede proprio ai napoletani di non insorgere se, nel 2013, secondo la Guida alle pizzerie d’Italia del Gambero Rosso, il miglior pizzaiolo italiano si trovava in provincia di Verona. “La pizza è universale. Non è una stravaganza che il Nord possa aver conquistato il primato nel fare la pizza. I pizzaioli napoletani non possono più dire: la pizza è nata qui e noi, quindi, siamo i migliori. La storicità non garantisce la specialità”.